
Il documento che leggerete è il frutto di un confronto al nostro interno iniziato oltre due anni fa, quando il movimento contro il genocidio a Gaza e, anche se con modalità diverse, in Cisgiordania, muoveva i primi passi. In questi due anni di mobilitazioni abbiamo scelto di essere comunque presenti nelle piazze, anche di fronte a parole d’ordine e posizionamenti politici che ci trovavano e ci trovano in profondo disaccordo. Di fronte al massacro che si stava compiendo (e che continua tutt’ora, nonostante la tanto proclamata “tregua”) non si poteva rimanere a casa. Abbiamo cercato in alcune occasioni di portare il nostro punto di vista, ma ci siamo spesso e volentieri trovati di fronte ad un muro di ostilità come mai ci era capitato da tanti anni. Abbiamo quindi sentito il bisogno di articolare meglio le nostre riflessioni. Questa esigenza è diventata ancora più urgente l’autunno scorso, quando abbiamo, con estrema difficoltà, partecipato alle grandi manifestazioni e blocchi a sostegno della Sumud Flottilla. A qualcun* sembrerà strano che questo testo esca adesso, nel pieno riflusso di quel movimento, ma abbiamo voluto darci i nostri tempi e fare in modo che fosse un processo veramente collettivo. Crediamo che sia importante condividere i nostri pensieri con le persone che parteciparono, mosse principalmente da un sentimento di umana solidarietà di fronte a quell’orrore, a quelle giornate di lotta. È con lo sguardo rivolto alle posizioni del movimento di solidarietà in Italia che scriviamo questo documento.
Infine, ci pare importante chiarire che, di fronte alla repressione che sta colpendo in queste settimane in maniera molto dura tanti pezzi del movimento pro-Palestina, non vogliamo che questo testo venga erroneamente interpretato come una presa di distanza da chi sta venendo inquisit*. Continuiamo a credere che la solidarietà, anche nelle differenze, sia un terreno fondamentale da praticare.
Gruppo Anarchico Germinal-Trieste [Novembre 2025-Gennaio 2026]
Il genocidio in atto trova le sue cause in una storia ben più lunga e ben più complessa dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Non è nostra intenzione ripercorrere qui la lunga storia coloniale e di violenza dello Stato Israeliano (1) la diamo per acquisita da parte di chi legge. Ma è chiaro che non farne in questa sede puntuale disamina, in alcun modo implica il disconoscere o minimizzare tale dato di fatto, punto di partenza di ogni successivo ragionamento.
È chiaro che l’oppressione – di qualsiasi tipo – porta ad una reazione e il 7 ottobre va visto come episodio, eclatante, della lotta delle popolazioni palestinesi contro il pluridecennale regime di apartheid imposto da Israele. Non viviamo lì, e quindi possiamo solo provare a immaginare il livello di sofferenza, dolore, disperazione e rabbia che quella situazione può generare. E quindi il livello di violenza messo in campo da Hamas e da altre formazioni combattenti con l’appoggio di una parte significativa dei gazawi, non ci ha certo sorpreso. Per la popolazione palestinese correre oltre i fili spinati e saltare sopra i carri armati bruciati è stato sicuramente un momento, seppur breve, di libertà. In una situazione di conflitto armato, di guerra (per quanto asimmetrica) l’attacco a strutture e personale militari è sempre legittimo. Ma altra cosa sono gli attacchi alle strutture civili, al rave, il rapimento di civili: per quanto ci riguarda sono cose radicalmente diverse. Non è certo la prima volta: chi si ricorda il periodo degli attentati kamikaze sui bus di linea negli anni 2000? (2) Non appoggiavamo quelle scelte allora, non lo facciamo oggi.
Qualsiasi lotta, specie quelle combattute, per forza di cose, anche con le armi, dovrebbe fare i conti con quell’”etica del combattimento” che è per noi imprescindibile. In questo senso, l’esperienza della Rojava ci mostra, seppure con mille limiti e mille errori, che è possibile una lotta, anche armata e cruenta, che cerchi di darsi delle linee di condotta etiche.
Troviamo assolutamente comprensibili l’odio e la voglia di rivalsa accumulatasi negli anni nelle popolazioni palestinesi. Ma comprendere non significa per forza sostenere acriticamente. Non rifiutiamo per principio la lotta violenta. Rivendichiamo però la scelta di quali lotte sostenere; o meglio, a quali forme di lotta fare da megafono. La nostra voce è limitata, ma questo non rende meno importante decidere come usarla. L’attacco ai civili, i rapimenti indiscriminati, gli stupri (usati anche come guerra di propaganda fatta ancora una volta sui corpi delle donne), queste non sono azioni che possiamo appoggiare, in Palestina come ovunque nel mondo. Se il futuro che vogliamo costruire è fatto di libertà, uguaglianza e rispetto, i mezzi utilizzati non possono andare in una direzione totalmente opposta. “Con ogni mezzo necessario” non è un concetto che possiamo sottoscrivere.
Chi definisce il 7 ottobre l'inizio di una rivoluzione, o l’appoggia acriticamente, vi sovrappone i propri desideri e prospettive, finendo per proiettare i propri valori. Sarà anche una rivoluzione ma non è la nostra rivoluzione.
Inoltre, un evento che ha avuto come conseguenza la morte di decine di migliaia di persone, il ferimento di altre centinaia di migliaia, nonché la distruzione quasi totale di Gaza non ci pare possa essere celebrato come qualcosa di liberatorio o positivo. Troviamo terribile parlare di tutte le persone morte a Gaza come di “martiri”. Il martirio – termine che già di per sé amiamo poco – dovrebbe essere una scelta consapevole; come si può sostenere che quelle decine di migliaia di persone morte sotto le bombe israeliane abbiano avuto una qualche scelta?
Parliamo qui di Hamas in quanto principale organizzazione politico-militare-religiosa lì presente, ma il discorso vale, con le debite specificità, anche per altre formazioni islamiste. Non ci interessa qui ripercorrerne la nascita, la storia e l’appoggio che ha avuto fino a pochi anni fa da Israele, ci interessa il piano politico.
Quando in alcune occasioni abbiamo espresso la nostra totale opposizione all’ideologia politica di Hamas siamo state criticate per il nostro “sguardo occidentale”, perché “Hamas è l’espressione del popolo palestinese”, ma anche perché “criticando pubblicamente Hamas si delegittima la resistenza palestinese”.
È chiaro che il nostro sguardo è condizionato dal nostro posizionamento politico, sociale e culturale, vale per noi, vale per tutt*. Ma, detto questo, se un progetto politico va in direzione totalmente opposta al mondo per cui lottiamo, perché dovremmo appoggiarlo? Hamas è espressione della galassia dell’“islam politico”, fenomeno tutto interno alla contemporaneità, che si coagula però attorno all’idea di una mitica e immaginaria purezza dell’islam delle origini cui ambire. L’obiettivo è quindi la costruzione di uno stato teocratico, che poi potrà decidere di essere più o meno “tollerante”, ma che ha come elemento fondante la legge religiosa in un’interpretazione particolarmente rigida e idealmente “astorica” e immutabile. Una società perciò fortemente autoritaria, escludente, patriarcale, machista e transfobica. Noi siamo contro tutto questo, a qualsiasi latitudine, e non c’è “sguardo occidentale” che tenga.
D’altronde, per dire quanto sopra, ci basiamo sui documenti e sulle dichiarazioni ufficiali di Hamas, che ognun* può leggere. Sul fatto che Hamas abbia un largo seguito popolare, nulla da obiettare…e quindi? Negli anni trenta il regime fascista godeva di un consenso di massa; male fecero coloro che negli altri paesi non vollero supportarlo? La resistenza delle donne in Afghanistan non trova certo un sostegno maggioritario nel paese, ma è questo un buon motivo per non appoggiarle (come in effetti colpevolmente sta accadendo)? In qualsiasi epoca, a qualsiasi latitudine, guai identificare un’intera popolazione con il proprio governo, quale esso sia e quale sia il consenso di cui gode. Non ci faremo mai ingabbiare dal tifo da stadio. Non dimentichiamo i movimenti di opposizione interna ad Hamas che molt* hanno fatto in fretta a liquidare come manovrati dall’esterno, ma che ci raccontano come l’appoggio ad Hamas sia vasto, ma non totale e/o incondizionato.
Nel dibattito interno “a sinistra” ci sono grandi rimozioni; una di queste riguarda le religioni. L’elemento religioso in questo conflitto è sempre stato presente, ma negli ultimi anni ha assunto un’assoluta centralità. In Israele, la destra messianica ha una presa crescente nella sfera politica e sociale, in Palestina le formazioni islamiste hanno progressivamente ridotto alla marginalità le componenti laiche e di sinistra. Questa avanzata degli integralismi religiosi è in atto in tutto il mondo ed è un elemento da tener presente.
Qualsiasi sia il testo sacro, qualsiasi siano le dottrine, le religioni organizzate hanno un tratto comune: esse incarnano la “verità rivelata” e di conseguenza la propria visione deve essere, in un modo o nell’altro, imposta al resto della società. È per questo motivo che le religioni in ultima analisi sono uno degli ostacoli alla liberazione umana. Comprendiamo benissimo che, di fronte ad un’oppressione coloniale, sia essa di stampo laico o religioso, il ripiegamento in un identitarismo culturale e religioso sia una forma di “resistenza”, ma è una resistenza, ahinoi, foriera solo di nuove oppressioni.
Questa critica radicale alle religioni, e quindi anche all’Islam, non è un attacco alle credenze individuali di nessun*, né un rifiuto aprioristico di qualsiasi forma di spiritualità. Allo stesso tempo siamo convinti che nessuna liberazione possa avvenire sotto la bandiera di qualsiasi chiesa/religione. Così come lottiamo qui contro il potere della Chiesa Cattolica pure solidarizziamo con chi rifiuta di sottomettersi alle teocrazie islamiche, ebraiche, induiste o di qualsiasi altro genere. La grande assente: l’opposizione dentro Israele Una delle grandi mancanze finora del grande movimento di solidarietà alla Palestina è stato il non riconoscimento del grande valore politico dell’opposizione interna a Israele.
Fin dal giorno successivo al 7 ottobre alcun* israelian* sono scesi in piazza contro il proprio governo per denunciare il genocidio, affrontando la violenza della polizia. Lo fanno tutti i giorni, da oltre due anni. Inoltre, continua a crescere il numero di coloro che rifiutano il servizio militare e che per questo affrontano il carcere. Sappiamo che parliamo di realtà estremamente minoritarie, non fingiamo di ignorare che le politiche governative – e le stesse politiche genocidiarie – hanno grande sostegno nel paese. Però queste realtà esistono e dal nostro punto di vista andrebbero sostenute in ogni modo, non solo perché sono un granello che cerca di inceppare la macchina bellica di Israele, ma anche perché ne disvelano la propaganda, le bugie, i falsi miti. Ed anche perché cercano di creare ponti, legami, sorellanza con chi vive dall’altra parte. Della loro esistenza in quanto abbiamo letto e sentito in questi due anni di fatto non c’è traccia o quasi.
L’internazionalismo è un elemento centrale della nostra visione. Esso si traduce concretamente in una solidarietà attiva con le lotte delle persone oppresse e sfruttate in tutto il mondo, qualsiasi sia la loro provenienza, purché lottino per la propria libertà e non per ribaltare la sopraffazione. Una solidarietà che vuole abbattere i confini degli stati, che non riconosce le divisioni nazionali e che ha come discrimine quello di classe. È con questo spirito che sosteniamo attivamente le lotte in Rojava, le comunità zapatiste in Chiapas, le donne iraniane e afghane che si ribellano alla teocrazia e in generale siamo solidali nei confronti delle popolazioni che subiscono guerre, genocidi e persecuzioni.
L’internazionalismo non può essere l’appoggio a Stati o strutture para-statali solo perché lottano contro l’imperialismo occidentale, eludendo così la lotta contro le altre forme di imperialismo. Ovviamente, noi viviamo qui e di conseguenza il nostro obiettivo è opporci alle politiche portate avanti dal governo di questo paese e dalle sue alleanze. Ma così come ci battiamo contro le politiche dell’Italia, dell’Unione Europea, della Nato e di tutti i loro alleati, allo stesso modo vogliamo che anche gli altri attori dello scontro inter-imperialistico a livello mondiale - siano essi la Russia, la Cina, l’India o altre realtà - scompaiano dalla faccia della terra. Altro che “aurora multipolare” come abbiamo tristemente sentito dire in alcune piazze in questo periodo. Nessuno stato è la soluzione
“Palestina libera dal fiume fino al mare” è sicuramente uno slogan potente e suggestivo. Ma cosa significa?
Crediamo che alla base vi sia una questione enorme e difficile da affrontare. Si dice spesso che “Israele non dovrebbe esistere” e fin qui nulla da obiettare; ma che dire delle persone che vi abitano? Non ci riferiamo certo a coloro che in tempi recentissimi si sono trasferiti dagli Stati Uniti o da chissà dove per costruire in Cisgiordania il “regno di Dio”, bensì alle persone che vivono lì da generazioni. Dovrebbero forse scomparire nel nulla? O pensiamo che, specularmente alla destra israeliana che vorrebbe una deportazione di massa delle popolazioni palestinesi, dovremmo auspicare una deportazione altrettanto di massa degli e delle abitanti ebre*? Del resto “dal fiume fino al mare” è slogan usato in egual modo dalla destra nazionalista israeliana e dai coloni parlando di un “Grande Israele”.
Sappiamo quanto sia più facile parlare con il sedere al calduccio; questo vale per tutt*, anche per chi da qui sostiene “la distruzione di Israele”, non solo come entità statuale, ma come popolazione tutta. Si dice giustamente che quando si ha un privilegio sia nostro dovere usarlo; dovremmo forse sfruttarlo per sostenere altre deportazioni, sofferenze, profuganze? Crediamo che il modo migliore per utilizzarlo sia appoggiare, come possiamo, tutte quelle persone, realtà, organizzazioni, che cercano di abbattere muri e costruire ponti di solidarietà e resistenza condivisa. Sono poche e sono fragili, ma ci sono. Ed è nostro dovere di persone privilegiate cercare di sostenerle e dar loro voce e spazio.
È solo andando oltre i confini e gli stati, adottando forme federaliste costruite dal basso, in cui ad ognun* sia garantita la libertà piena di vivere secondo le sue idee e credenze, che potremo rompere la spirale dell’odio e della guerra. La gara del dibattito storico su chi sia il “popolo originario” di quelle terre, e quindi chi abbia legittimità a viverci, non ci appartiene; ne crediamo che possa costituire una base per costruire un futuro per quella zona. Per quanto ci riguarda anche il concetto di popolo dev’essere sottoposto a critica radicale in quanto entità culturale onnicomprensiva e spesso costruita a tavolino.
Considerare la questione palestinese unicamente in termini di popolo e di liberazione nazionale porta molto lontano da una possibile soluzione. Riteniamo il concetto di “popoli oppressi” insufficiente per comprendere le dinamiche dello sfruttamento. La definizione di “popolo” nasconde al suo interno le contraddizioni di classe e ogni tipo di discriminazione sociale o di genere (in alcuni casi anche religiosa o etnica). Tutti i movimenti di liberazione nati e cresciuti in nome del nazionalismo, anche quando hanno raggiunto l’obiettivo della cacciata del regime coloniale, hanno creato stati in cui nuovi ricchi sfruttano le classi lavoratrici, nuovi poteri le opprimono, nuove polizie le controllano.
Una Nazione, un popolo, una terra è una triade che, ovunque venga applicata, porta solo a sofferenze e guerra. In questi mesi abbiamo letto molti comunicati e prese di posizione in cui “la Palestina” assume una centralità totale e totalizzante: “non c’è futuro senza Palestina”, “non c’è femminismo senza Palestina”, “la Palestina ci indica la via”. Sicuramente sono parole evocative, romantiche; fin troppo spesso, a nostro parere, dentro queste dichiarazioni vediamo un concentrato di quello che è molto più un desiderio di chi le pronuncia, che un tentativo di analisi del reale. “La Palestina” diventa così un oggetto mitico, una costruzione immaginifica che, cancellando ogni complessità, diviene specchio dei nostri desideri, un discorso da noi, su noi, per noi. Siamo sicure che lo sguardo coloniale uscito dalla porta non stia rientrando pesantemente dalla finestra?
Per finire… Per tutti questi motivi non abbiamo mai sventolato la bandiera palestinese, perché essa, sebbene sia stata assunta come simbolo di libertà e lotta contro il colonialismo, rimanda in ogni caso ad un afflato nazionale, ad una volontà di costruire nuovi stati e nuovi confini al posto di quelli vecchi. Come abbiamo cercato di spiegare in queste pagine non diamo valore agli apparati, le strutture politiche, i confini, le costruzioni culturali imposte. Diamo valore alle persone, con tutta la ricchezza che si portano dentro, con tutte le loro storie. Per noi ci sarà una possibilità di liberazione quando ovunque calpesteremo tutte le bandiere nazionali, per provare a costruire un mondo diverso libero dallo sfruttamento e dalle gerarchie in cui ci sia spazio – veramente – per tutt, ognun con le proprie diversità, culture, aspirazioni e desideri.
Note: 1) Non usiamo la definizione ricorrente di “entità sionista” in quanto non crediamo che non definire Israele uno Stato quale esso è, contribuisca a fare chiarezza. Pare che definirlo Stato ne legittimi in qualche modo le politiche o la sua storia ma gli Stati sono da sempre strutture gerarchiche che arrogano a sé il monopolio della violenza, che la usano contro i nemici interni ed esterni, che portano avanti la divisione in classi della società e lo sfruttamento. Israele non fa eccezione. 2) Durante i primi anni del duemila le formazioni armate palestinesi ricorsero ad una forma di lotta basata su attentati suicidi in cui un militante imbottito di esplosivo si faceva saltare in aria in luoghi pubblici (autobus, negozi, stazioni…) facendo più vittime possibili. Una forma di lotta definibile come terrorismo in quanto colpiva indiscriminatamente i civili. Nel caso di attentati ai check point israeliani ci furono anche molti morti fra i civili palestinesi in coda.