Labatut


Ho incontrato il libro di Labatut dopo una cena in pizzeria con una amica, nel comprensorio in cui sta il Berberé c'è anche una libreria che tiene aperto ben oltre le 21, bellissimo, facendoci un giro abbiamo scoperto l'imperdibile offerta di Adelphi "due libri, borsa con veliero in regalo", che ovviamente si è tenuta lei.. ma soprassediamo sui dettagli amari... Dopo due chiacchiere con il favoloso responsabile siamo usciti con Yoga di Carrere e "Quando abbiamo smesso di capire il mondo" di Labatut.

Ma veniamo a lui, l'oggetto del nostro dibattere, trattasi di testo piuttosto inusuale, premetto che a me è piaciuto molto, ma passerete la prima parte delle rece a leggere opinioni che parrebbero negative, è il libro a costringermi, credo.
E' un "oggetto narrativo non identificato" di Wuminghiana memoria, è un saggio con aspetti romanzati, un romanzo esposto in forma saggistica. Un tempo una cosa così non l'avrebbero neanche guardata di striscio, ma siamo molto dopo "un tempo" ed i tipi di Adelphi sanno leggere quello corrente piuttosto bene.

Labatut prende in considerazione le vicende di vari scienziati (e trafficoni) nell'arco degli ultimi due secoli, ed in effetti il testo è composto in due tempi, diversi non solo per il periodo considerato ma anche per l'approccio stilistico e di contenuti.
Se nella prima parte le scoperte scientifiche sono marasmatiche, quasi casuali, spesso drammatiche e mai comprese fino in fondo, nella seconda la scoperta è una discesa agli inferi, un confronto con l'estraneità di una teoria che per essere "partorita" richiede alla mente di mutare con essa, trasmette il dolore profondo a cui questa operazione può portare. Entrambe i tempi sono caratterizzati dal filo rosso che attraversa tutto il libro: l'estraneita fra l'uomo e la scoperta, come se questa "infestasse" gli scopritori più che loro inseguire lei.
A questo proposito Labatut chiama in causa Lovercraft, e ci dice chiaramente come nella sua visione, quel brancolare nel buio che precede la scoperta, sia l'equivalente reale di uno degli abissi lovercraftiani. Ed effettivamente verrebbe da crederlo.
La prima parte, quella più parossistica e caotica, è scritta con un ritmo parossistico e caotico, una cosa che ho apprezzato molto perché ben realizzata, ci si sente sollevati su onde di invenzioni e catene logiche che portano ad eventi imprevisti, intuizioni inaspettate, andiamo a casa di truffatori, proto-nazisti e paranoici, inventori di veleni agghiaccianti e nuovi coloranti da mettere sul mercato. E questa, ca va sans dire, è la parte più realistica e meno romanzata.
La seconda si focalizza su alcuni individui in particolare, matematici la cui teoria li ha trasformati in monaci eremiti ed altri portati alla follia dall'assurdità dei risultati (le risoluzioni delle equazioni di Einstein che portano all'esistenza dei buchi neri, Shvartzchild) vedi Lovercraft.
Sono stato particolarmente preso dai racconti su Shroedinger e Heisenberg, sostenitori di tesi confliggenti ma umanamente molto simili, quantomeno nell'intreccio di Labatut, mi sono sembrati eroi romantici, nei loro isolamenti matti e soverchiati da mali che paiono quasi psicosomatici, tanto sembrano seguire il processo di ideazione.

(Da notare che l'isolamento di Heinsenberg è proprio in quell'Helgoland che è stata ripresa nel titolo dell'ultimo libro del fisico Rovelli.)

Labatut bara, bara nella prima parte occupandosi solo di scienziati e vicende molto "edgy" e nella seconda romanzando le vicende di matematici e fisici di massimo calibro.
Ma in letteratura, direbbe Eco, non si fa che mentire, la sua è una artistica operazione di amplificazione, è l'umano che si muove ad osservare lo scientifico attraverso i mezzi dell'umanista, l'arte e l'empatia. Per questo è un testo unico, rappresenta una magnificazione di un processo che spesso si tralascia.
La scienza si presta ad essere insegnata come un susseguirsi di concetti e relativi apparati logici privati del contesto e della temperie che hanno portrato certi tasselli in quel posto, e facendo questo manca di mostrare come certi tasselli siano lì perché un uomo ha fatto quell'imane sforzo di catturare dall'intuizione di un astratto "alieno" quel tanto sufficiente a ricondurlo dentro i confini replicabili di operazioni matematiche, una azione quello dello scoprire che rimane parte della storia dell'uomo dalla notte dei tempi, l'atto prometeico di rubare il fuoco agli dei pone sempre un prezzo da pagare, la follia o l'illuminazione, o chissà cos'altro.

Labatut conclude con un passaggio ambientato nel presente, proprio a casa sua, che funge da chiave di lettura del testo, mi esimo dal trattarne perché si presta ad essere letto lasciando aperte le interpretazioni.

Lo straconsiglio come avevo già anticipato, sopratutto a chi voglia vedere la scienza da un punto di vista insolito, quello che la ricolloca nelle vicende umane, niente di nuovo da un certo punto di vista, infatti si tratta di una maniera antica di vedere le cose, ma come diceva Pauli (che ci sarebbe stato bene, considerando i suoi sogni Alchemici, analizzati da Jung) "E' sempre il più vecchio che emana il nuovo".
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